|  | | Xenobio, 2005, acrylic on linen, 36 x 26 |
Reviews
NY ARTS: May/June Picks 2006
And now a few words about the Pick of the month: American painter Edward Evans’ exhibition at China Gallery this winter on 57th Street was unique and remarkable for several reasons: Visually, the work is stunning. The degree of illusion he achieves through his mastery of airbrush techniques is unlike anything I have seen. Airbrush has always been sneered at by fine artists as being a tool for lowly illustration. Score one for Evans for using it anyway to invent a style both lush and stark. Nowadays, with digital manipulations rampant, there are no tricks disallowed anyway, but he has been painting with airbrush for 25, maybe 30 years. His subject is Chinese text. He writes about his mental processes involved in the art making; uses a computer to translate from English into Chinese; and creates optically baffling renderings of the texts seemingly inscribed into (rather than onto) fluttering or crumpled tablets, papers or cloth. He invents the imagery purely from his imagination. And conceptually, it is most intriguing that he is not at all interested in calligraphy. The characters are copied from the rigid mechanical fonts of his translation program. These ironies create layers of contradicting ingenuity that adds up to more than meets the eye. The work was exhibited alongside ancient Asian ceramic sculptures. This extreme juxtaposition highlights the meticulous craftsmanship involved in creating these historical treasures as well as the care Edward Evans takes in patiently following his own singular path throughout art history. Christopher Chambers NY ARTS, Vol. 11, No. 5/6 May / June 2006
Xenobio 2003
Many times the art of Edward Evans has been considered illusionistic and hyper-realistic. I believe these two adjectives distort his work. On the contrary I believe his poetic is one of a new materiality in which there is space for man and his inner life. Every painting is the materialization of an emotion, of an inner state of mind. It is always a reality not only filtered by perception, but also and above all by memory, by time. Time plays a fundamental role in his poetic. Indeed, all the surfaces and objects represented are sodden with temporality ... and of writing, of long texts and inscriptions that have miraculously survived the fury of time. Evans’ writings seem to free themselves from a linguistic-cognitive plane to a new symbolic dimension. His taste for hyper-realism and for particulars is evidenced in the extreme rigor with which he represents the world, bit by bit, ... with emotions and tensions. It is an art of memory and of evidence. Luca Gattoni, "The Folded Meaning," Xenobio, Bologna, Italy Sub - and Sur- face 2007 Per avvicinarci all’opera di Edward Evans, illustriamo brevemente il suo strumento,l’aerografo. Questo può essere descritto come una sorta di penna ad emissione d’aria ed è composto da pochi elementi: l’ugello, che permette la fuoriuscita della vernice, e al suo interno, l’ago, la componente più delicata, la cui punta deve essere pulita in modo maniacale e non deve essere danneggiata; nell’aerografo è possibile allargare o stringere la campitura di emissione e regolare la quantità di vernice da spruzzare. Determinando di volta in volta il rapporto aria/vernice si otterranno diversi risultati: per realizzare ad esempio una sfumatura, si aumenterà l’afflusso di aria diminuendo la vernice erogata nell’ugello, e via dicendo. Pur da questa descrizione sommaria, si deduce che lo strumento di lavoro scelto da Evans consente una gremita gamma di risultati ma comporta un controllo tecnico altissimo. Basta una breve ricognizione sui lavori dell’artista americano per coglierne la millimetrica esattezza, la dovizia di particolari, la visualità spiccatamente iperrealista, in altre parole, il rigore e l’esattezza assoluti, fotografici. In Evans dunque erografo agisce come un pennello tecnologico in grado di modulare con raffinatezza forme e colori. L’impressione che si riceve incontrando d’acchito queste opere è il loro carattere di realismo spinto, e tuttavia la loro peculiarità risiede in un tono generale di prelievi condotti con metodo oggettivo, quasi da osservazione scientifica, ma che poi si rivelano praticati su materie e visuali sostanzialmente argomentative. Compaiono così queste perlustrazioni vegetali, questi paesaggi biomorfi in cui l’assetto dimensionale rimane indistinto e l’atmosfera complessiva del quadro sembra alludere ad una estensione totalizzante del dato rappresentato che coprendo interamente la tela la trasforma in superficie integrale. Evans producendo il suo luogo ininterrotto ci impone di permanevi per tentarne la comprensione. E lo sguardo entra in questo mondo come si osserva una cellula o un campione di tessuto organico ingranditi a dismisura da una lente; mentre il visitatore si ritrova rimpicciolito a bordo della navicella dell’occhio a penetrare queste giungle planetarie, queste epidermidi vegetate, che si rialzano in cretti e affioramenti segnici realizzati con una maestria che pare averli impressi da sotto la tela. È a questo punto che quella che potremmo chiamare l’innatura di Evans, questo suo luogo aperto in un primordio dal morfema iologico ma dall’atmosfera culturale, rivela il suo arcano: l’allusione costante che le forme profonde, i tessuti costitutivi, le membrane indagate nella materia biomorfa si ricoprono dapprima di fregi e decorazioni, come se queste vegetazioni producessero dall’interno dei loro misteriosi organismi, schemi estetici, o si innervassero di reticoli esornativi che paiono desunti dalle antiche citazioni botaniche scolpite sui portali dei duomi romanici e gotici o presenti negli antichi altorilievi in bronzo di cui mantengono la squisita, ffinatissima fattura: poi è la medesima superficie che va via via dichiarando la sub-presenza di alfabeti, importa nel suo lucido fogliame grappoli sillabici, steli di proclami cuneiformi, disseminazioni letterali emerse in rigonfiamenti dell’epidermide pittorica ma in essa raccolti e contenuti sottotraccia. La tecnica dell’artista è talmente raffinata da dare l’impressione tattile che questi alfabeti siano stati impressi da sotto la tela. La pittura di Evans è innervata di elementi estetici e scritturali che premono dall’interno della membrana superficiale quasi ad istituire con essa una sacca ad un tempo organica e narrativa, in cui i reperti esornativi e letterali sembrano essere nati nella medesima sostanza e con la stessa naturalezza aliena dell’altra materia che concresce fino all’orlo del quadro, flora cerebrale, escrescenza o cisti alfabetica in un derma ideato. Ed è proprio l’iperrealismo condotto su una tematica di perlustrazione profonda, nell’ambito di un’indagine nella materia antropomorfa, che riesce a coniugare su un piano di esattezza pseudo scientifica, il carattere onirico e immaginativo di questi quadri e il loro impatto realistico, oggettivo e convincente come la visione su un vetrino al microscopio. Un mondo che pare remoto e tuttavia costitutivo tanto della materia quanto dell’umano, dove l’impronta biologica contiene la matrice alfabetica antenendole nell’equilibrio di una consustanzialità che non è priva di un pathos soffermato in tensione, come spesso accade nell’iperrealismo, dove il dato pittorico è spinto sino al limite della sofferenza oculare grazie alla tensione limite della superficie visuale. Paolo Donini Tracce. Cahiers d’art N. 8 – 2007
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